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Storie di Merito - Intervista a Davide Del Monte e Giorgio Fraschini di Transparency International Italia

Continuiamo la nostra rubrica di “storie di Merito” intervistando Davide Del Monte e Giorgio Fraschini di Transparency International Italia, dal cui impegno nasce il progetto Whistleblowing in Italia, uno strumento normativo di risposta alla Corruzione, elemento che vede il nostro Paese costantemente in cattiva posizione nelle classifiche internazionali. 

In circa 10 mesi di sperimentazione della piattaforma (certificata da 4 certificatori indipendenti tedeschi e americani) Alac -Allerta Anti Corruzione (https://www.transparency.it/alac/)  hanno ricevuto già 115 segnalazioni di persone che hanno avuto notizia o hanno subito casi di corruzione.  

E’ interessante notare come in un recente articolo a firma di G. Stella sul Corriere la stessa Authority Anticorruzione ( Anac) di Raffaele Cantone abbia ricevuto all’incirca lo stesso numero di denunce, segno che anche dal “privato” e con meno risorse la lotta alla Corruzione sia possibile.

Per questo è ancora più impressionante il “Merito” di Davide e Giorgio che, da cittadini, stanno dando risposta alle richieste di anonimi dipendenti pubblici che all’interno della Pubblica Amministrazione o nel settore privato denunciano coraggiosamente casi di mala gestione.

Davide, Giorgio quali sono le caratteristiche del progetto Allerta Anticorruzione?

Innanzitutto garantisce l’anonimato tramite un software che permette di gestire tutto il percorso online. Il nostro lavoro è ricevere le segnalazioni e indirizzarle correttamente agli enti preposti ( Polizia, Corte dei Conti etc.) al posto del segnalante, aiutandolo a rendere la denuncia circostanziata ed efficace. Al momento il 90% delle segnalazioni arrivano tramite Internet e dei più di 110 casi ne risultano aperti solo 35.

In che cosa consiste la piattaforma Alac?

La nostra piattaforma Alac deriva dall’esperienza del network internazionale di Transparency ed è utilizzata in circa 60 Paesi con alcune differenze legate al contesto locale. Per esempio, in alcuni paesi dell’Africa la “piattaforma” è un semplice pulmino che gira di villaggio in villaggio. In Italia il sistema è quasi interamente online e permette di riempire tutti i campi, rendendo la denuncia circostanziata ed evitando casi di false denunce. 

Come prosegue il percorso della denuncia?

La segnalazione, una volta compilata, viene inviata in forma anonima e a seconda dei casi all’ente stesso da cui parte la denuncia, alle associazioni di categoria o alle istituzioni competenti. Se non riceviamo risposta o se la risposta non è soddisfacente ci muoviamo per segnalare la questione alla stampa in modo da “smuovere le acque”. Da una situazione di questo tipo è partita per esempio l’inchiesta dell’Espresso sull’Inps. Il responsabile anticorruzione dell’organizzazione aveva infatti risposto, ma non sembrava avere gli strumenti o la determinazione necessaria a risolvere il problema. In generale quasi il 70% delle richieste di intervento rimangono anonime, in altri casi è necessario che alla fine del percorso il segnalante riveli la sua identità, ma solo se accetta di farlo. Al momento abbiamo più o meno parità di uomini e donne nelle denunce.

Quali sono i principali problemi che ostacolano chi vuole denunciare fatti di corruzione?

Il principale è la paura di ritorsione da parte di chi viene segnalato. Secondariamente le istituzioni che gestiscono le denunce vengono percepite come molto lente e non sempre efficaci. Effettivamente anche noi abbiamo riscontrato qualche complessità burocratica. Proprio per questo motivo il nostro servizio funziona ed è richiesto. Riusciamo ad essere più veloci senza perdere in sicurezza e in precisione.

Dei casi che avete ricevuto e gestito ci sono alcuni punti in comune o fenomeni che si ripetono?

Quello che più impressiona ascoltando questi insider è la lotta spietata e continua per gestire le assunzioni, le promozioni o comunque le occasioni in cui vengono stabiliti incarichi ed opportunità. Si trovano ancora in giro per l’Italia forme di “baronie” locali, in cui si utilizza il proprio potere a fini clientelari. Questo fenomeno è reso più ostinato per due motivi: l’assenza di controlli e l’incapacità di “sanare” il pregresso. Le moltissime procedure formali spesso non riescono ad evitare il problema, ma anzi diventano uno scudo per chi governa la macchina pubblica per nascondere il proprio operato. Quando poi l’assunzione o l’appalto viene assegnato si ha l’impressione che nessuno controlli e comunque nel tempo chi ha ottenuto un favore rimane nell’amministrazione pubblica e non viene più rimosso. 

Si può immaginare questo quanti danni crei alla gestione dell’amministrazione pubblica e al servizio al cittadino. Avete invece riscontrato dei casi positivi?

Si, fortunatamente ci sono. In generale il privato sembra più sano del pubblico. In quest’ultimo settore In particolare invece possiamo citare l’Università di Messina, il Ministero dei Beni Culturali, alcune Camere di Commercio e Regione Sardegna. Non possiamo rivelare troppi dettagli per ovvi motivi, ma siamo contenti di come queste amministrazioni hanno risposto ai problemi segnalati. Una citazione speciale va poi ad Andrea Franzoso, capo dell’Internal Audit di Trenord, grande esempio di correttezza e di serietà. Viceversa altri ministeri e alcune realtà del Lazio e della Campania sembrano avere pochi “anticorpi” per risolvere le situazioni. Probabilmente ne sentiremo parlare a breve sulla stampa.

Qual è il ruolo della Politica nel combattere la corruzione e nei casi che vi è capitato di conoscere direttamente?

Ci sono piccole realtà, in particolare comuni, in cui la commistione tra politici e funzionari crea delle specie di piccoli feudi in cui molto viene deciso senza le adeguate procedure concorsuali e di trasparenza. A livello invece di enti maggiori, abbiamo notato come spesso la parte politica abbia la competenza a controllare nomine e anche avanzamenti, senza subire una responsabilità politica vera e propria. Abbiamo poi visto almeno un caso di mala gestione di enti in cui la parte politica è risultata clamorosamente assente, poco interessata a “sporcarsi le mani” in faccende spinose.

Cosa servirebbe per rendere Alac ancora più efficace nel combattere la corruzione?

Al momento siamo in pochi e iniziamo a gestire molti casi. Sarebbe importante, nel rispetto dei ruoli, un supporto del Ministero dell’Interno, della Presidenza del Consiglio dei Ministri o della stessa Anac di Raffaele Cantone. I contatti ci sono, ma per il momento al di là di qualche collaborazione, non abbiamo ricevuto grande aiuto. Speriamo possa succedere presto.

Ci associamo a questa richiesta di Davide e Giorgio e speriamo che presto le Istituzioni competenti supportino velocemente questi esempi di Merito. 

Nicolò Boggian

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