Lorella Cuccarini: “L’Italia? Non è meritocratica”

“Dobbiamo tornare a investire in cultura. Altrimenti tutti gli artisti se ne andranno all’estero. E dobbiamo investire anche sulla meritocrazia”. Parola di show-girl.

«Da quando avevo otto anni sognavo di fare la ballerina. Sentivo l’urgenza di ballare. Non c’era neve, pioggia. Non c’erano feste. Per me c’era sempre prima la danza». Lorella Cuccarini ha iniziato così a raccontarsi oggi alla Sala Borsa per «Novara Dance Experience», la rassegna di incontri coi personaggi della danza italiana organizzata da Dance Hall anche per raccogliere fondi a favore dei progetti della Lilt. Ha ripercorso i 32 anni di carriera partiti da quel «Fantastico» del 1985 con Pippo Baudo, trasmissione che nel giro di pochi mesi l’ha consacrata come «la più amata dagli italiani». 

Rispondendo alle domande di Francesco Borelli, organizzatore della rassegna, ha confermato ancora una volta il grande carisma di artista – e non solo danzatrice – e di donna prima di tutto, parlando anche degli affetti, della mamma «eroina», del grande legame coi due fratelli «a cui mando ancora un messaggino quando siamo insieme e torno a casa da sola in auto». 

Lorella, bellissima e raggiante come se per lei il tempo si fosse fermato da quel Fantastico, si è presentata come un’artista che non si è fatta mai travolgere dal successo. Anzi, «ho sempre l’ansia da prestazione. Non mi vedo mai all’altezza». Nella sua lunga carriera ha fatto di tutto: ballerina, cantante, conduttrice televisiva e radiofonica, teatro e musical. E’ stata una delle poche donne a presentare il Festival di Sanremo, dove è tornata anche come cantante in gara. E ha poi vinto decine di premi: 12 Telegatti, 3 Oscar tv, Le Muse, il Gassman, il Persefone solo per citarne alcuni. Ma alla fine, in cima a tutto, «è il pubblico quello che conta, quello che decreta il tuo successo». 

Alle spalle della show girl tutti i video dei suoi balletti, delle sue sigle. E sono davvero tante. Ha più volte rimarcato che il suo successo è nato dal nulla: «Vivevo alla periferia di Roma e avevo una famiglia normale, di lavoratori. Nessun aggancio nell’ambiente dello spettacolo, nessuna conoscenza. Quando ho fatto le audizioni per Fantastico, il programma più visto dagli italiani, mi sono detta “Tanto non mi chiameranno mai”. E invece è arrivata la telefonata dell’assistente di Pippo Baudo. Un momento indimenticabile. Iniziai a studiare più di prima». Prima di andarsene, e di firmare per centinaia di presenti le copie della biografia uscita a dicembre, «Ogni giorno il sole», anche una stoccatina, lei che non ama fare polemiche e che nessuno ha mai visto arrabbiata: «L’Italia deve tornare a investire in cultura. Altrimenti tutti gli artisti se ne andranno all’estero. Certamente oggi ci sono più possibilità rispetto a una volta, e i collegamenti con l’Europa sono più rapidi, ma sarebbe tanto bello fare cultura nel nostro Paese. E investire anche sulla meritocrazia». 

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