Claudio Ceper

Sto finendo di leggere un bellissimo libro, CAPORETTO, scritto da Alessandro Barbero, uno dei più preparati e originali storici italiani, pubblicato nel 2017 da Laterza.

A parte il mio forte interesse per la storia, e in particolare per la Prima Guerra Mandiale (anche perché mio padre, classe 1900, triestino, fu arruolato nell’esercito austroungarico negli ultimi mesi di guerra nell’autunno del 1918), questo libro mi ha fatto riflettere per le molte somiglianze tra la classe dirigente di allora, militare e politica, e quella di oggi, politica ed economica.

Il libro descrive, con grande precisione storica, attingendo sia a fonti italiane, che tedesche ed austriache, le fasi che portarono dalla preparazione all’esecuzione dell’offensiva austro-tedesca del 24 ottobre 1917 che portò alla disfatta di Caporetto. Vi si notano efficacemente le indecisioni, l’arroganza e le manchevolezze dello Stato Maggiore italiano, confrontate con la professionalità, l’efficacia e l’impegno di quello nemico.

Al di là della differenza “interna” tra tedeschi, efficientissimi e ancora ricchi di risorse, e austriaci, già fortemente logorati da due anni e mezzo di guerra su due fronti, quello russo e quello italiano, (la prima cosa che molti reparti austriaci fecero appena sfondate le linee italiane, fu quella di abbuffarsi col cibo lasciato ancora caldo dagli ufficiali italiani in precipitosa fuga), quello che mi ha colpito in tutto il libro di 645 pagine, dicevo, è l’impegno dei generali tedeschi nell’esplorare il fronte, spesso correndo rischi personali elevati, a piedi e in zone montane impervie lungo l’Isonzo, e il sistematico follow up per verificare che i loro ordini venissero eseguiti, così come la loro costante vicinanza alla truppa spesso allo scoperto e in condizioni atmosferiche proibitive: si tratto’ di 9 divisioni tedesche trasferite nelle vicinanze del fronte in meno di 20 giorni costruendo strade, utilizzando centinaia di camion e migliaia di cavalli le muli.

In testa a tutti il generale Von Below, nobile prussiano posto a capo della appositamente creata 14° armata, instancabile e sempre preoccupato emotivamente per i propri uomini, affiancato da altri generali, tedeschi e austriaci, per cui non si può non provare una certa ammirazione: Von Willsen, Krafft. Krauss, etc. tutti preparati e consapevoli delle proprie prerogative, ma anche dei propri doveri. Anche scendendo per i livelli gerarchici troviamo ufficiali preparati e rispettati dai propri soldati (non va dimenticato che all’epoca il morale dell’esercito italiano era molto basso per le 10 inutili offensive dell’Isonzo che in due anni di guerra avevano prodotto più di 800.00 tra morti e feriti contro la conquista di poche decine di chilometri quadrati sull’altopiano della Bainsizza e a Gorizia), fra cui spicca il giovane tenente Erwin Rommel che diventerà la “volpe del derserto “ della seconda guerra mondiale, generale a capo di tutto l’Afrika Korps.

Dall’altra parte un capo supremo, Cadorna, megalomane e insicuro, definito "il macellaio" dai propri sottoposti, circondato da un manipolo di generali, quasi tutti sabaudi, che si detestavano fra di loro, in continua competizione per ottenere le promozioni e i riconoscimenti dal gran capo, più attenti alla carriera che al benessere della truppa, vera e propria “carne da macello”. Per di più comodamente alloggiati a Udine o in località comando ben lontane dai pericoli del fronte. Oltre al generalissimo, spiccano i suoi diretti riporti Cavicchioli, Montuori, Badoglio e Capello, gli ultimi due fra i maggiori responsabili del disastro; però mentre Capello pagherà per i suoi errori, pesantemente sanzionato dalla commissione d’inchiesta nel 1919, Badoglio fu nominato Vicecapo di Stato Maggiore sotto il nuovo comandante in Capo, generale Diaz. Ma si distinguerà ancor più per la ignomignosa fuga sua, del Re, del Governo e di molti generali a Pescara, subito dopo l’armistizio del 1943, e in qualità di comandante in capo delle forze armate italiane, lasciò i suoi sottoposti senza ordini precisi alla mercé dell’ex alleato tedesco.

Tornando a Caporetto, i nostri generali avevano già da metà ottobre tutte le informazioni circa la imminente offensiva, grazie a ricognizioni aeree (non va tra l’altro dimenticato che in quella guerra noi eravamo i ricchi e forti, con rapporti di 2 a 1 in termini di cannoni, e così via, mentre l’impero austroungarico era già alla fame da tempo), ma soprattutto grazie al colpo di fortuna di 2 ufficiali romeni disertori che in quei giorni portarono copie dettagliate dei piani di attacco; ciononostante i nostri non dettero credito a prove inoppugnabili, trastullandosi con l’idea che fosse tutto un bluff e preparandosi psicologicamente per la futura dodicesima offensiva dell’Isonzo che stavano pianificando per la primavera del 1918, abituati da sempre al ruolo di attaccanti e preoccupandosi solo all’ultimo minuto di riposizionare il fronte. Quando finalmente l’offensiva scattò, nelle prime ore del 24 ottobre, le contromisure furono lente, spesso contradditorie, ma soprattutto mal coordinate, con intere divisioni ancora in tardivo spostamento e quindi difficilmente difendibili. alla mercé di pesanti bombardamenti a gas, che già nelle prime ore dell’attacco causarono centinaia di morti.

Senza entrare in troppi dettagli, un altro fattore chiave della nostra disfatta, fu lo scarso e tardivo intervento della nostra artiglieria, abituata da sempre a “risparmiare i colpi” e a operare in modo burocratico: tot colpi al mattino su obiettivi fissi e prefissati, pranzo di mezzogiorno, tot colpi al pomeriggio, identici ai precedenti. Sembra di essere in un ufficio postale di oggi. Gli ufficiali comandanti di batteria che prendevano iniziative autonome, magari vincenti, non facevano carriera. Ancora, la scarsa qualità dei nostri artiglieri – la maggioranza degli ufficiali era formata da avvocati, piuttosto che da ingegneri (!!) – e , ma questo valeva per tutte le forze armate, contavano di più le circolari, spesso generiche o contradditorie, ma sempre numerosissime (basta pensare alle 250.000 leggi del nostro ordinamento giuridico), piuttosto che la capacità di prendere iniziative autonome, tenendo conto della evoluzione degli eventi. Sembra che i 3000 cannoni del generale Capello rimasero in silenzio, e furono poi catturati in buona parte dal nemico, perché mancò un ordine specifico del generale, che si riservava abitualmente questa prerogativa (e guai a sgarrare!) e che dopo la rottura del fronte fu misteriosamente irreperibile per tutte le prime cruciali ore dell’attacco nemico.

La ritirata italania si fermo’ poi sul fiume Piave, da cui un anno dopo partì la controffensiva che portò alla vittoria di Vittorio Veneto, però per un anno buona parte del Veneto fu occupato dal nemico con conseguenze devastanti per la popolazione civile che non era riuscita a fuggire, con stupri, uccisioni e saccheggi di ogni genere.

Venendo al paragone tra l’Italia di allora e quella di oggi, cito alcune frasi di un articolo di Ernesto Galli della Loggia apparso sul Corriere del 31 gennaio scorso, che riassume secondo me perfettamente la situazione.

“Negli ultimi due decenni la società italiana è andata incontro a un declino che non è solo economico [...] che ha portato a un deterioramento del tessuto civile del Paese, all’abbassarsi del livello della sua cultura, dei suoi costumi [...] una società che non va abbastanza a scuola, perché ha tassi altissimi di abbandono scolastico [...] che ha pochi studenti universitari, che non ha dimestichezza con i concerti, con le sale cinematografiche, che non legge né libri né giornali. In compenso guardiamo smisuratamente la TV, siamo sempre con in mano uno smartphone, ci abboffiamo di selfie, di Facebook e chattiamo freneticamente immersi ad ogni istante in un oceano di chiacchiere e di immagini che alimentano un incontenibile narcisismo di massa [...]. In compenso il numero delle domande di brevetto è la metà della media europea, [...] un appalto su tre è truccato, le pensioni di invalidità non si contano [...] appena l’1% dei contribuenti denuncia un reddito superiore ai 100.000 euro [...] in buona parte dell’Italia meridionale le polizze auto costano fino al doppio rispetto alle regioni centro-settentrionali in ragione delle truffe di massa contro le società assicurative [...] perché mai un Paese così, mi chiedo, dovrebbe avere una classe politica diversa da quella che ha? [...] Rassegnamoci alla verità (e i politici lo sanno bene!), sono una sparuta minoranza gli italiani che vogliono veramente un paese diverso [...]”

Io riprendo da qui: basta leggere le dichiarazioni dei vari Berlusconi, Salvini, Meloni, Grasso, D’Alema, Bersani, e talvolta anche di Renzi, per capire che le promesse di questa campagna elettorale sono l’ennesima presa in giro. Per non parlare dei mitici Cinque Stelle, un ammasso di persone velleitarie, totalmente impreparate al ruolo, e adesso scopriamo anche disoneste per le vicende degli scontrini e dei mancati versamenti al fondo della piccola impresa. E che dire delle due sindache di Roma e Torino? Un inno alla faciloneria e al dilettantismo condito con arroganza.

Per completare il quadro dei nostri disastri politici, sociali ed economici, invito a leggere, sul sito del Forum della Meritocrazia, il serio e documentato studio chiamato MERITOMETRO, che confronta il nostro Paese con altri 11 paesi europei da 7 diverse angolazioni (i cosiddetti pilastri) da cui risulta, per il terzo anno consecutivo, che l’Italia si conferma ultima con 44 punti di distacco dalla Finlandia (primo in classifica), ma anche con 10 punti di distacco dalla Spagna, penultima(!)-.

Tutto perduto quindi? Nessuna speranza nel futuro? Continueremo sempre così per un altro secolo?

A parte il fatto che dal 1946 al 1963 l’Italia ha già vissuto un quasi ventennio di miracolo economico, guidata però da uomini come De Nicola, Einaudi, De Gasperi, Pella, Malagodi, per citarne alcuni, galantuomini che anteponevano l’interesse del Paese a quello proprio, essendo di esempio e di sprone agli altri, io credo che, nonostante tutto, una speranza ci sia, e questa speranza si chiama MERITOCRAZIA.

Se cresceremo una nuova generazione di giovani (la cosiddetta generazione ZETA), allevati in una scuola finalmente meritocratica, con professori preparati, coinvolti e rispettati da alunni e famiglie, da lì potremo ricominciare a ricostruire un paese dalle sue fondamenta etiche e morali, qualunque sia la situazione economica che, comunque, anche grazie alle riforme del tanto vituperato Renzi, in qualche modo ha ripeso a migliorare già dal 2016/2017.